02/04/12

A proposito di genitori, bambini ed educazione cristiana.


Con questo post rispondo alla serissima domanda fatta da Francesca in un articolo precedente. Ma il dibattito è aperto.

Allora, io la vedo così. Anzitutto credo non valga la pena rifarsi all’una o all’altra esperienza per far propendere il discorso di qui o di là: le esperienze sono sempre molto complesse, difficili e usate per lo più per auto-giustificarsi, non per conoscere davvero.

La prima parte ...
della questione riguarda il genitore. Tu, Francesca, sembri averla già superata, ma la vorrei ribadire lo stesso. Perché educare cristianamente o no un figlio? Dietro a questa domanda ne deve stare un’altra: io genitore, credo di essere il termine di paragone esaustivo, sufficiente e totale per l’educazione di mio figlio, o mi rendo conto che anch’io sono un essere che si realizza solo in Dio e sarebbe quindi bene che aiutassi mio figlio a introdursi nel rapporto con Lui? Da una parte c’è il genitore onnipotente, o con una visione della vita solo orizzontale; dall’altra quello che si ritiene bisognoso di Dio in quanto uomo: e se lo è un adulto, a maggior ragione lo è un figlio.

La seconda parte è: a quale età iniziare? Ma anche qui, la vera preoccupazione è un’altra: come introdurre a quel rapporto, per non rischiare di renderlo asfissiante a lungo andare? Qui va detto soprattutto questo: il rapporto con Dio, come ogni tipo di rapporto, verrà approfondito solo nella massima libertà da parte di un figlio, e prevede sempre anche il fatto che un figlio un domani possa dire “Non mi interessa più, non ci credo più”. E sappiamo che in questo influiranno tante cose: non solo l’educazione dei genitori, ma anche le esperienze personali, gli incontri fatti, la cultura alla quale si consegnerà crescendo, la capacità o meno di testimonianza positiva da parte dei cristiani. Quindi non è possibile stabilire delle costanti: se faccio così, succederà cosà.

Allora la questione si riduce a due. Primo: se credo che Dio è persona, memore proprio delle sue parole che dicevano “Lasciate che i fanciulli vengano a me”, non devo aver paura di avvicinare mio figlio a Lui in tenerissima età, fidandomi del fatto che anche nell’anima di un bambino Dio sa agire, e in modo più amorevole ancora del genitore terreno.

Secondo: educare cristianamente significa educare a incontrare il Dio di Gesù, che è un Dio-Amore. Per questo, l’educazione deve usare modi e formule e ragioni che siano in sintonia con l’Amore di Dio. Parte di questa attenzione sta nell’usare le proporzioni giuste, le ragioni vere e non false, i modi miti e non quelli forti, l’esempio della propria vita più che il riferimento a una legge non vissuta. Il bambino non capisce tutto? Beh, chi è colui che capisce tutto, che gli diamo il Nobel della fede?! Non è l’intelligenza la misura della fede: è un insieme di fattori, tra cui pure l’intelligenza.

Molte volte i ragazzi e i giovani si allontanano dall’esperienza cristiana data dai genitori non per il fatto che essa sia falsa in sé, ma per il fatto che non hanno visto la vita degli adulti modificarsi in nome di quella fede. Mandavano i ragazzi a scuola dai frati e dalle suore: ma a casa tradivano marito o moglie e se ne fregavano del figlio. Oppure, rubavano tranquillamente. Oppure erano razzisti ed egoisti. Tante volte, nel percorso di crescita personale si sono incontrati preti, suore, laici cristiani che non hanno dato buona testimonianza, anche se non si tiravano indietro dall’usare la fede come un ricatto.

Tutte queste cose succedono, ma hanno poco a che fare con la fede. La fede è Gesù Cristo, è il rapporto con la Vita Trinitaria, vissuto nella Chiesa, che glielo veicola. Se uno, fin dall’inizio della sua vita, ha una piccola esperienza del fatto che in Dio c’è una felicità come un paradiso, difficilmente non gliene resterà la nostalgia dentro, anche se magari se ne allontanerà per un po’ e ci tornerà molto avanti negli anni, quando suo padre e sua madre saranno già morti.

La maggior parte dei giovani che conosco non vanno più in chiesa da molto tempo. Ma si illuminano ancora se cominciano a ricordare i bei tempi in cui, da ragazzi, con un prete, con degli educatori in gamba, avevano vissuto un tempo in cui non dovevano per forza guadagnare soldi e dimostrare di essere qualcuno, ma erano aiutati a vivere in pienezza solo quello che erano.

Questo è il cristianesimo autentico. Un genitore dovrebbe solo desiderare che suo figlio/a possa vivere qualcosa del genere. Con la giusta gradualità, ma con passione e godendo dell’Amore divino.

Don Alberto.

2 commenti:

  1. Avrei voluto commentare fin da ieri,appena letto questo post,ma alcuni passaggi mi hanno lasciata sorpresa,in quanto hai còlto nel segno oltre quanto ci si potesse aspettare.E'vero che un essere umano sovente smette di relazionarsi a Dio perché deluso da coloro che a Lui hanno voluto avvicinarlo.Ora sta a me trovare il linguaggio più adatto per trasmettere alla mia bambina la fede.

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