25/07/11

La «giustizia templare» su Oslo


Note sull’ideologia dell’autore della duplice strage in Norvegia 
Se da un lato, le inquietanti notizie riguardanti il duplice attacco messo a segno lo scorso venerdì pomeriggio in Norvegia e costato la vita, secondo un bilancio ufficiale a 76 persone, ci lasciano sgomenti e ci distolgono dal clima vacanziero di questo fine luglio, dall’altro ci interrogano sulle reali motivazioni che hanno condotto Anders Behring Breivik, il trentaduenne accusato di essere l’unico autore della strage, a compiere un simile atto.

23/07/11

I Gruppi di Facebook sono contro la privacy!

Ho dato mandato al mio legale di tutelare i miei interessi. Giusta frase per questo momento ufficiale. Che cosa è successo? Questo fine settimana sono stato inserito, a mia insaputa e senza il mio permesso, in tre Gruppi di Facebook da tre miei contatti. Mi sono ritrovato così in questi gruppi e, peggio dei peggio, inondato di emails di notifiche. Sapete tutti che se uno non vuole stare in un gruppo o ricevere le notifiche via mail deve entrare nel gruppo e cliccare o su abbandona, per il primo caso, o su modifica

Singer o Mengele? “Zwillinge heraus!” Fuori i gemelli! di Silvia Bosio


Vi racconto una storia, accaduta non tantissimo tempo fa, quando la sorte dei diritti umani era affidata al potente di turno o a pochi eletti, in grado di stabilire chi doveva vivere e morire, chi avrebbe potuto essere felice e chi invece no. Semplicemente perchè quel qualcuno aveva la colpa originaria, di non possedere quei requisiti necessari per essere considerato dai più, degno di vivere. La storia che qui ci riguarda da vicino, è una storia vera che in tutta la sua crudeltà, si svolse nella prima metà del novecento e che ha per protagonista uno scienziato tedesco, meglio conosciuto come dottor Mengele. Il suo nome era molto noto in campo scientifico per le ricerche svolte sulle coppie dei gemelli, costretti a subire la così detta zw o legge del bavaglio, con il quale venivano soffocati i gemiti di dolore delle piccole vittime, sottoposti alle più atroci torture. Eppure secondo l’ideologia “eugenetica” dell’epoca, queste povere vite, appartenevano ad esseri umani meritevoli di una dignità minore, sacrificabile in vista dei progressi della scienza. Poco importava se a morire alla fine erano loro, perchè in nome del mito della razza ariana, esisteva sempre una buona ragione per uccidere chi non era considerato di pari grado. Basti considerare che alla base di questo modo di pensare, allora come oggi, vi era la distinzione tra essere umano e persona e cioè la differenza tra un concetto che fa riferimento alla specie e un altro che invece allude, agli esseri dotati di determinate specifiche caratteristiche razionali. In breve allora come oggi  venivano considerate persone, soltanto quegli esseri umani in grado di interagire con l’ambiente, di essere autocoscienti e di provare piacere o dolore. Queste pochi e semplici parametri, legittimavano gli intellettuali di quel momento a ritenere che la salute e la vita, non fossero un uguale diritto spettante a tutti indistintamente, ma un appannaggio riservato a pochi eletti. In breve, malati gravi, disabili, handicappati, minorati fisici e mentali e i soggetti comatosi, venivano pertanto ascritti alla categoria delle non persone che includeva degli esseri umani, addirittura inferiori a certi animali non umani. E’ ragionevole pensare un diritto che giudica giusto, lasciare morire chi non è attualmente o non è più autosufficiente o cosciente? Un diritto plagiato da una logica nichilista che non riconosce ad ogni vita umana, un suo valore intrinseco? Se ancora oggi rispondessimo affermativamente a questa domanda tanto inquietante, dovremmo anche essere disposti ad abbracciare i diktat dell’utilitarismo totale, secondo il quale quando una vita è arrivata alla fine o è inutile, va soppressa; specialmente quando si è diventati esseri umani senza qualità, senza quelle caratteristiche che identificano le “persone” nel senso comune del termine. Di fronte a queste ciniche osservazioni, il rischio concreto che stiamo attualmente vivendo è di regredire alla preistoria dei diritti umani e quindi ad un periodo nel quale non esisteva l’elaborazione culturale dei diritti e vigeva piuttosto un sistema giuridico assolutamente irragionevole. Ma tutto è possibile, basta soltanto volerlo. E allora la nostra società potrebbe addirittura con un plebiscito, ritenere opportuno anche il ripristino della schiavitù, della rupe Tarpea, della monarchia assoluta e perchè no dei servi della gleba. I quali nel medioevo com’è a tutti noto, erano titolari di un grado di umanità talmente irrilevante, da non potere essere distinti dagli animali più nobili. E se vi dicessi che “uccidere un neonato con malformazioni non è equivalente a uccidere una persona” poiché “molto spesso non è per niente sbagliato”? A cosa pensereste? Ad una pura provocazione, magari espressa da Adolf Hitler in persona? Non è così. Purtroppo, questo ragionamento proviene da un noto e contemporaneo filosofo australiano, Peter Singer,  secondo il quale uccidere una vita segnata dalla anormalità e condannata all’infelicità, non rappresenta un fatto immorale da porre “sullo stesso piano dell’uccidere esseri umani normali, o qualsiasi essere umano autocosciente”. Infatti in queste situazioni “anche se il bambino potrà avere una vita senza eccessiva sofferenza, come nel caso della sindrome di Down, ma i genitori pensano che sia un peso eccessivo per loro e vogliono averne un altro, questa può essere una ragione per ucciderlo”. E ancora il filosofo prosegue dicendo: “E’ un diritto ragionevole lasciar morire i malati neurovegetativi perché essi sono simili agli infanti disabili, non sono esseri coscienti, razionali, autonomi, la loro vita non ha valore intrinseco, il loro viaggio è arrivato alla fine”. In questa prospettiva “I feti, i bambini appena nati e i disabili sono non-persone, meno coscienti e razionali di certi animali non umani. E’ legittimo ucciderli”; perchè  “L’idea di attribuire a tutti un uguale diritto alla vita, è un’arma a doppio taglio. Se la vita con quadriplegia (paralisi) è buona come la vita senza paralisi, non c’è alcun beneficio di salute a curarla”. Dunque il dato scandaloso da segnalare  in questa sede è che recentemente l’UNICEF – la nota agenzia dell’Onu- ha sponsorizzato senza battere ciglio, una conferenza di Singer all’Università Luiss che ha aperto una serie di convegni, aventi ad oggetto il tema della filantropia. Non certo nei confronti degli esseri incapaci di difendersi da soli, né tanto meno verso i bambini, considerando l’atteggiamento direi poco filantropo del filosofo che suggerisce ai genitori l’infanticidio. Per conoscenza, a questo punto vanno menzionati una serie di riferimenti giuridici di portata internazionale, nati proprio per tutelare fino in fondo i minori. A titolo esemplificativo ne citiamo alcuni. Anzitutto, l’art.3 della Convenzione universale sui diritti del fanciullo (ONU, 20 novembre 1989): “in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche e private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi,  l’interesse superiore del fanciullo deve avere una considerazione preminente”; la Dichiarazione  universale (ONU, 20 novembre 1959): “gli Stati devono dare ai fanciulli il meglio di sé stessi”; l’art. 53 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali (1950): “Nessuna delle disposizioni della presente convezione può esser interpretata in modo da pregiudicare i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali che possono essere riconosciuti in base alle leggi di ogni parte contraente o in base ad ogni altro accordo al quale essa partecipi”; e ancora l’art.24  della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che ribadisce esattamente il contenuto dell’art. 3 della Convenzione prima citata. Non credo che i dati appena riportati, siano condivisibili dagli intellettuali come Singer che considerano la vita come un bene disponibile. E’ certo che il nazismo predicava un progetto di "eugenetica" diretto ad ottenere un miglioramento della "razza" germanica coltivando e favorendo i caratteri ereditari favorevoli ("eugenici") e impedendo lo sviluppo dei caratteri ereditari sfavorevoli ("disgenici"). All'interno di questo progetto di eugenetica non trovavano ovviamente posto i malati incurabili e i disabili fisici e psichici. C’è da chiedersi se con Singer sia resuscitato il Mengele del nuovo millennio. Su di lui si racconta un aneddoto raccapricciante:  quando i prigionieri giungevano ad Auschwitz, i bambini gemelli erano selezionati  personalmente dallo scienziato tedesco, il quale aggirandosi lungo le fila dei prigionieri usava gridare "Zwillinge heraus!" "Fuori i gemelli"! Quasi si trattasse di specie inferiori. Quando vengono riportate alla memoria questi episodi di inciviltà, anche ai giorni nostri sarebbe meglio astenersi da certi atteggiamenti farisaici e piuttosto gridare a gran voce che nella condizione di dipendenza la difesa della dignità, richiede un altissimo grado di umanità!

Silvia Bosio

22/07/11

Anche io sono salito sullo Shuttle!

Alla casa al mare in Liguria, trenta anni fa, i miei genitori, visto il numero dei figli aumentare, decisero di mettere, nella stanzetta di noi ragazzi, due letti a castelli: uno lo chiamarono Shuttle e l'altro Challenger. Io scelsi lo Shuttle per dormire, nei piani alti, ed ogni sera per me cominciava l'avventura ed il mio volo con la fantasia.
L'avventura ed i voli sono invece finiti per il programma Space Shuttle ieri mattina al Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida ed erano le 5,57 locali.
Dopo 135 missioni effettuate (due delle quali andate male con scoppi in diretta tivu che tutti ricordiamo), 1328 giorni nello spazio, 20958 orbite percorse tutto questo per far si che ora, intorno alla Terra, 400 chilome­tri sopra le nostre teste, possa girare finalmente completa­ta, la Stazione spaziale interna­zionale.
A bordo del laboratorio scientifico si trovano astronauti di tre diverse nazionalità: americana, giapponese e russa. La massa del­l’intero complesso orbitante supera le 400 tonnel­late. La stazione spaziale è frutto della collaborazione tra 15 diverse nazioni. Lo Shuttle ha compiuto la sua missione e può andare in pensione.
A noi giovani di oggi (accidenti...ormai giovani di ieri) che voliamo verso i 40 e che siamo cresciuti con figure di riferimento come Giovanni Paolo II, Madre Teresa, non penso sia irriverente dire, come ho voluto raccontare in premessa, che anche la navetta spaziale del Progetto Shuttle (ed i nomi che si sono via via avvicendati) ci ha accompagnata per tutti questi anni.
Tutti noi ricordiamo lo scoppio tremendo in diretta tivu del 1986 e quello più recente, ma non alla partenza, del 2003. Tutti noi ricordiamo le partenze e gli arrivi, le dirette dallo spazio, le manone giganti giganti che fanno ciao e quelle tute spaziali di nome e di fatto!
Sono stato una volta a Cape Canaveral. Favoloso. Penso di aver speso uno stipendio in ricordi e ricordini. Bellissimo. Che emozione. Finalmente li su quella tribuna da dove gli spettatori assistono al countdown ed al decollo. Splendido anche se non vi era in programma nessuna partenza. Il giro col pullman di tutto lo Space Center, la sala comanda "Frews Frews abbiamo un problema" e via dicendo, e via ricordando, e via che il mondo cambia.
Il mondo cambia. Ci sono anche 1800 persone che a causa della fine del trentennale progetto Shuttle perderanno lavoro. Sicuramente loro hanno un motivo in più per commuoversi oggi.

Photo Of The Week N°2 - Notturno

Bentornati al nostro appuntamento fisso con la Foto della settimana. Oggi vi presentiamo uno scatto notturno (il titolo è eloquente) realizzato da Laura Moiana, mia carissima amica e mia stretta collaboratrice nella realizzazione di questa rubrica. Per una migliore visione dello scatto a tutto schermo, cliccate sull'immagine. Buona visione.


Foto: Notturno
Questa foto è stata scattata il 27 febbraio 2011 a Marsa Alam, Egitto. Un luogo decisamente affascinante e che si presta ad essere fotografato, un luogo che è per me "ritorno" e "rinascita". Un luogo dove le stelle sorridono e dove le luci sono poche perchè è già il cielo di notte che illumina tutto. E così, quest'anno sono andata davanti al mio pontile di notte. E non poteva che essere "Notturno" il titolo della mia foto. "Notturno" come la splendida canzone di Mia Martini. Perchè la notte è così a Marsa Alam, ti lascia sempre senza fiato. E così mi sono armata di macchina fotografica , Canon 60D e cavalletto per portare a casa lo scatto del pontile notturno, con tempo lungo e Iso alto.

Autore: Laura
Laureata in Lingue e letterature straniere. Oggi insegnante. Appassionata di fotografia. Pellicola, compatte digitali, reflex digitale...l'importante è sempre stato scattare e vedere qualsiasi cosa dietro l'obiettivo. Passione condivisa dal 2009 in un blog intitolato se fotografando.
La fotografia? un attimo, una passione, un'idea.
 
Se Fotografando
 

Come partecipare
Volete che un vostro scatto sia la prossima "Photo of The Week"?
Non dovete far altro che mandare una mail a servlad90@yahoo.it con il vostro scatto, preferibilmente in alta qualità. La foto dovrà essere accompagnata da un titolo, da una breve descrizione dello scatto, del supporto che avete utilizzato e di eventuali effetti impiegati. Inoltre è gradita una vostra breve biografia, in modo che il nostro pubblico possa conoscervi. Nel caso in cui abbiate un blog dove pubblicate le vostre foto, vi invitiamo a segnalarcelo. Buona Fotografia a tutti!
 

21/07/11

Io non manderei in galera nessuno prima di averne certificato la reale colpevolezza

Non so voi ma a me questa questione di Alfonso Papa proprio non convince anzi, per dirla tutta, mi intristisce, e fortemente. Perchè? Non conosco Alfonso Papa. Non mi interessa la questione che sia del Pdl o del Pd senza elle! Mi interessa l'uomo, il padre. Sarà colpevole? Non lo so. Non ho letto le migliaia di pagine che hanno accompagnato la richiesta del giudice di Napoli: non le voglio neanche leggere. Però conosco troppa gente finita ingiustamente in carcere, per mesi, alcuni anni prima di ricevere la sentenza finale al terzo grado di giudizio ed a volte questa era anche positiva per loro. Si dice che molti parlamentari abbiano voluto dare un segnale al paese: e che segnale sarebbe? Ecco, vi do in pasto un Papa, tanto se ne farà un altro. Molti parlamentari dicono che temevano di trovare fuori da Monecitorio, ad accoglierli, una tempesta di monetine: ma da chi? Siamo così poveri che non credo nessuno si metta a tirarvi le monetine anche perchè siamo consapevoli che ve le terreste tutte, senza restituirci un centesimo. Che un padre di famiglia sia buttato in carcero così dopo aver chiesto anche invano di essere ascoltato dal giudice di Napoli: non mi va! Davvero, non mi va ed ho paura per le conseguenze di questo gesto non sugli altri parlamentari ma su tutti noi cittadini che certamente non abbiamo placato la fame di giustizia con questo pranzo da papa.
Mi spiace. Mi spiace che l'Udc abbia votato a favore e che dopo Cesa abbia dichiarato: "Sono dispiaciuto, non ce l'aspettavamo!". Mi spiace che Maroni abbia ostentato quell'indice a votare Si come fosse una manetta e dire che il voto doveva essere segreto: caro Ministro dell'Interno, se io la prossima volta in cabina fotografo il mio voto e lo metto sul blog che mi succede? Non è vietato dalla legge? E perchè i suoi sodali l'hanno fatto?
In ultimo penso ad una cosa. Alfonso Papa è capitato nel posto sbagliato ma al momento giusto. Molti volevano mandare un segnale a Berlusconi, al Governo ed hanno usato la questione Papa come capro espiatorio. Secondo me Papa si è trovato in una situazione più grande di lui e sarà l'unico a pagarne le conseguenze. Almeno da subito difatti è l'unica persona a passare la notte in carcere.
E' capitato a tutti nella vita. A me capitò nel 2008. Finii all'interno di un gioco di potere e fui licenziato come capro espiatorio. Certo, non finii in carcere però è per dire che a volte può capitare che qualcosa vada male e ci si trovi nel posto sbagliato. A volte, come per Papa, va peggio.

Che direbbe oggi Montanelli dei quotidiani on line?

Non so perché in questi giorni tutti stanno parlando di Montanelli: vi sarà qualche ricorrenza. Tra i grandi giornalisti di sempre, Montanelli come si sarebbe comportato di fronte ai quotidiani on line, alle nuove possibilità di scrivere, farsi leggere?

Coppa America, sarà Uruguay Paraguay


Le semifinali, orfane di diverse big, tra cui le blasonate Brasile ed Argentina, hanno decretato le due finaliste. Uruguay e Paraguay si incontreranno in una finale inedita per questa coppa. Gli uruguagi hanno all'attivo 14 vittorie - l'ultima nel 1995 -, mentre il Paraguay ha conquistato il trofeo 2 volte - ultima nel 1979 -.

La nazionale di Tabarez arriva all'ultima partita grazie al 2-0 inflitto al Perù - doppietta di Suarez -. Il Paraguay invece giunge in finale dopo un'altra lotteria dei rigori. Il campo non ha regalato alcun gol tra i biancorossi e il Venezuela. Una curiosità: il Paraguay arriva alla finale senza aver mai vinto una gara: nel girone ha ottenuto 3 pareggi, passando il turno come seconda miglior terza classificata. Poi arrivano i quarti di finale dove elimina il Brasile dagli 11 metri ed ora un'altra vittoria dal dischetto.

Il cammino dell'Uruguay comincia con due pareggi, fino alla vittoria contro il Messico che le permette di passare ai quarti - secondo posto nel girone dietro il Cile -. Ai quarti elimina l'Argentina dal dischetto, poi arriva in semifinale la vittoria col Perù.

Chi vincerà? L'Uruguay forse è leggermente favorita, ma guai dare per scontata una vittoria in una finale, specie in una coppa dai continu colpi di scena come questa.

20/07/11

Ecco chi comanda in casa Murdoch!

Mannaggia che schiaffo che gli ha tirato Wendi Deng, la signora numero tre (come le giunte di Alemanno) di Murdoch Rupert detto lo Squalo anche se ieri sembrava come gli animali malati di artrite del Bioparco di Roma. Lo schiaffo l'ha ricevuto in pieno volto l'aggressore di Murdoch, un sedicente comico che a quanto pare sa far ridere anche quando tenta di aggredire le persone. Voleva riempire di schiuma da barba Murdoch e non si capisce se è per il fatto che Rupert aveva la barba incolta o per altro però, conosciuta la tempra della moglie, mi sa che il viso lo Squalo se lo tiene bello pulito e liscio se no sono schiaffoni tutte le mattine. Bellissima la scena. Il comico aggressore tramite cellulare mette su twitter l'annuncio del gesto che sta per compiere. Pochi secondi e, mentre i deputati incalzano di domande Rupert e James Murdoch si alza, si dirige verso il tycoon (taccone!) australiano e succede di tutto e qui riassumo nell'ordine: il figlio James si scosta per non prendere la schiuma da barba sulla sua giacca costosa come lo stipendio di dieci suoi dipendenti puntualmente spiati al telefono; una signora in prima fila si mette le mani nei capelli e grida; una guarda inciccionita dagli anni fatica a muoversi tra le sedie; Murdoch padre non si accorge di niente (non si è accorto di quello che combinavano i suoi dipendenti, figurati se si accorge di chi lo attacca alle spalle) e lei, l'eroina del giorno, Wendi Deng in abito succinto fucsia, forse perchè follower su twitter del comico, anticipa tutti, compreso l'aggressore, e gli rifila una cinquina sulla guancia ed è talmente tanta la foga che finisce per terra. Da questo fatto è chiaro tutto soprattutto chi comanda in casa Murdoch. Lo Squalo, che più che altro sembrava ieri il nonno appisolato di uno squalo, è sotto scacco della moglie ed obbedisce ed ormai gira voce che sia come Fini con la Tulliani, dedito anche ai fornelli. Il processo riprende e l'unica cosa che cambia nella monotonia delle domande e risposte è Murdoch che si ripresenta senza giacca ma con solo camicia bianca: bianco schiuma da barba su bianco camicia si vede meno.

Sciare ad Agosto è possibile!


L’inverno è  in corso e con esso le più autentiche gioie sciistiche.. dove?
Sulle Ande, dove le stagioni sono perfettamente invertite rispetto alle nostre ma dove, ora, la voglia di neve e di sci è la stessa che da noi a inizio della nostra stagione sciistica. Il circo bianco, quello vero, fatto di ampi caroselli sciistici, farinose e compatte nevi invernali, lunghe piste e dislivelli e continui grandi eventi è infatti ai nastri di partenza nell’emisfero australe.
Le stazioni sciistiche di Cile ed Argentina sono sicuramente la realtà “bianca” più completa ed interessante al mondo tra giugno ed ottobre, distribuite sulla catena andina per oltre 2000km da nord a sud, dall’Aconcagua alla Terra del Fuoco, passando dalla mitica Patagonia, tra infiniti e bellissimi paesaggi straordinariamente differenti tra loro come dai nostri alpini ed appenninici.
Tale enorme varietà di latitudine e contesti diviene un grande aggiunto della realtà sciistica sudamericana, in grado di accontentare le più diverse esigenze “bianche”, sempre immersi in ambienti naturali di rara bellezza.
Chi ambisce a sciare in grandi comprensori può scegliere le Tres Valles cilene; ovvero le stazioni di Valle Nevado, El Colorado e La Parva, collegate tra loro sci ai piedi, che si sviluppano per oltre 110km di piste perfettamente battute su 900mt di dislivello, con neve sempre secca e veloce e che godono dell’80% di giornate soleggiate durante l’inverno; il tutto a soli 50km dalla cosmopolita capitale Santiago del Cile. Sul versante argentino il più grande comprensorio è a Bariloche, la St. Moritz delle Ande, l’attrezzatissima capitale della Patagonia che dispone del comprensorio Cerro Catedral, attrezzato con oltre 100km di piste su più di 1000mt di dislivello; immersi nell’incanto del Parco Nazionale Nahuel Huapi, tra enormi laghi, grandi foreste, vulcani e imponenti montagne.
Per chi ama il fuoripista, oltre le grandi opportunità che comunque offrono tutte le stazioni sciistiche sudamericane, la vera mecca internazionale è l’argentina Las Leñas, dove tutto è a misura del freerider; ai 40km di piste battute si aggiungono centinaia di itinerari su terreno aperto, sia raggiungibili già con gli impianti di risalita, sia con gli snowcat che con l’heliski: il potenziale è enorme, grazie all’immensità della cordigliera che offre innumerevoli perfetti pendii e decine di cime ancora senza nome. Ma l’heliski si può praticare, ad altissimi livelli, anche nelle Tres Valles, che garantiscono powder e dislivelli da grande Canada; o nella sterminata quanto disabitata Patagonia, con proposte itineranti che prevedono ogni giorno il pernottamento in lussuosi resort patagonici dopo aver testato pendii e contesti sempre differenti.
Non mancano certo occasioni per chi ha interesse e velleità agonistiche, che potrà sbizzarrirsi con il circuito gare FIS sudamericano, con competizioni per ogni categoria e che prevede anche tappe di Coppa del Mondo di snowboard. L’atmosfera da parterre internazionale inoltre si respira nelle tante località che ospitano, ad agosto e settembre, i ritiri preparatori di tutte le principali nazionali del mondo; tra tutte emerge Ushuaia, capoluogo della mitica Terra del Fuoco, ultima città del mondo; affacciata direttamente sulla confluenza degli oceani ma contemporaneamente ski-resort di grande spessore mondiale. Ushuaia è, tra l’altro, la capitale sudamericana dello sci nordico, dispone infatti, a livello del mare, di svariati centri fondo molto ben attrezzati, per lo più collegati tra loro e che ospitano anche la granfondo internazionale Marchablanca.
Per rivivere i fasti dei Mondiali di Sci del 1966 occorre soggiornare nella mitica cilenaPortillo, la stazione sciistica più settentrionale, all’ombra dell’Aconcagua; dove le sue apprezzatissime piste sono ad esclusivo uso degli ospiti del Grand Hotel Portillo, l’unico della località.
Le Ande di Cile ed Argentina offrono poi molte località “minori” ma estremamente affascinanti, dal fortissimo carisma e in grado di trasmettere emozioni nuove de intense, anche grazie alla natura senza confini che le avvolge e dove comunque è sempre praticabile il grande sci e snowboard.. parlo delle nord-patagoniche Chapelco e Cerro Bayo, località anche architettonicamente ricercatissime; di La Hoya, al centro della Patagonia più remota, ma con la neve migliore del Continente; della cilena Antillanca, sui pendii di straordinari vulcani o di Nevados de Chillan che, come l’argentina Caviahue, dispone tra l’altro di fonti termali uniche nel loro genere.
Ovviamente sono sempre praticabili anche altri sport invernali, come lo scialpinismo, le racchette da neve, le motoslitta.. e il polo sulla neve, che in Argentina è sport nazionale.
Ma sciare in Sud America significa anche tanto altro: la piena possibilità di integrare il viaggio con la visita ad alcuni dei luoghi più incredibili e affascinanti di questo mondo; come i ghiacci dello Hielo Continental, le Cascate tropicali di Iguazu, il santuario naturalistico di Valdes, i fiordi cileni, i laghi patagonici, i deserti andini e patagonici, Santiago e Buenos Aires, le 2 capitali più eccentriche ed accoglienti del continente.. e tantissimi altre destinazioni.
Ricordo poi che viaggiare in Cile Argentina ha sempre un ulteriore enorme valore aggiunto, dovuto al trascinante e coinvolgente clima sociale, specie per noi italiani. Per quanto i cileni, ma soprattutto gli argentini, abbiano una loro identità precisa e tutta da scoprire, non ve ne è altra al mondo più compatibile e affine con la nostra!
Per informazioni sulla realtà sciistica sudamericana e per viaggi “neve” e non solo in Cile ed Argentina, potete rivolgervi allo Studio Paolo Ciotti, specializzati da 8 anni in soggiorni neve in Cile ed Argentina! Potete visitare il sito ufficiale www.paolociotti.it

Paolo Ciotti

19/07/11

Caro papà...di Manfredi Borsellino

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.
Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.
Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.
La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.
Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.
Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.
Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.
Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.
La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.
Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.
Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.
Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.
Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.
*( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).

La Nuova Evangelizzazione nell’era del «tempo breve»


di Andrea Menegotto
Domenica 17 luglio, a Rio de Janeiro, si sono conclusi i lavori del primo seminario di comunicazione per i vescovi del Brasile, dove è intervenuto anche monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Ampi stralci del suo intervento sono ripresi in un articolo del quotidiano vaticano L’Osservatore Romano del 18-19 luglio 2011 («La missione evangelizzatrice nell’era digitale», p. 8) e da News.va, il portale multimediale vaticano che raccoglie le notizie prodotte dai network dei media della Santa Sede, dotato peraltro di notevoli possibilità di collegamento con i principali social network.
Senza utilizzare troppi giri di parole ─ come si conviene , appunto, a un efficace comunicatore ─ l’arcivescovo, nel descrivere le sfide poste dalle nuove tecnologie all’opera di evangelizzazione della Chiesa cattolica, ha affermato: «Se la Chiesa non prenderà coscienza dei cambiamenti culturali suscitati dal sistema comunicativo che attualmente conosciamo, troveremo molte difficoltà nell'evangelizzare in un futuro prossimo». E, ancora: «[…] è fondamentale superare una visione meramente strumentale dei mezzi di comunicazione ─ ossia concepire i mezzi solo come altoparlanti che i destinatari ascoltano in modo acritico ─ e riconoscere che è la stessa cultura a trasformarsi costantemente a causa della comparsa di nuove forme di comunicazione attraverso le nuove tecnologie». Del resto, queste ultime «creano nuovi modi di socializzare, nuovi linguaggi e nuove relazioni fra le persone, e allo stesso tempo schiudono orizzonti e pongono sfide al compito evangelizzatore di ogni battezzato».
Tuttavia, pur dovendo necessariamente tenere conto delle trasformazioni provocate dalle nuove tecnologie, per il Papa (prima il beato Giovanni Paolo II, oggi il suo successore Benedetto XVI) e per i Vescovi la missione resta la stessa ieri, oggi e sempre: la Nuova Evangelizzazione. Essa non coincide con il cedimento del messaggio cristiano alle rivendicazioni di presunta autonomia tipiche ella nostra epoca ─ le quali altro non sono che tentativi di progressiva scristianizzazione della nostra società nel segno della tentazione relativista, tecnocratica e autodeterministica ─, ma semplicemente è il riannuncio con nuovo ardore, nuovi metodi ed espressioni del messaggio bimillenario di Gesù Cristo proclamatosi «la via, la verità e la vita» (Giovanni 14,6); lo stesso identico messaggio affidato da Gesù agli Apostoli e, ora, a tutta la Chiesa.
Dunque, una Chiesa che, forte del mandato ricevuto, si deve porre oggi anche a detta dei suoi stessi pastori a rispondere in maniera adeguata alla sfida dell’annuncio in un’epoca complessa, post-moderna, relativista, globalizzata e tecnologica. Un’era che Marco Niada, giornalista economico milanese da anni residente a Londra, vede caratterizzata da quello che con espressione felice definisce il «tempo breve» (cfr. Il tempo breve. Nell’era della frenesia: la fine della memoria e la morte dell’attenzione, Garzanti, Milano 2010; per una recensione e un inquadramento in ottica sociologica e in una prospettiva di raccordo con alcuni temi fondanti l’insegnamento di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si rimanda al contributo di Massimo Introvigne, «Il tempo breve» di Marco Niada. «La fine della memoria e la morte dell’attenzione», disponibile sul sito del CESNUR).
Secondo Niada, la nuova rivoluzione non è tanto quella di Internet, ma quella dei telefoni cellulari di nuova generazione, i cosiddetti smartphone, che sono sempre di più computer portatili in costante collegamento con il Web: l’uomo e il giovane del 2011 che hanno con sé giorno e notte, in casa e in ufficio, al lavoro e in vacanza il Blackberry, l’iPhone e l’iPad sono fondamentalmente diversi dall’uomo di uno o due decenni prima. Niada non è nemico della tecnologia, ma richiama problemi reali, così efficacemente riassunti da Introvigne: «Il primo è stato studiato da psicologi e psichiatri già da molti anni: il rischio di una dipendenza da Internet e dai cellulari che ricorda la dipendenza dalla droga e che isola chi ne è vittima, bambini compresi, dal mondo reale. Il secondo problema è al centro dello studio sociologico di Internet da molti anni: si tratta del cosiddetto “information overload” (sovraccarico d’informazioni). Grazie a, o per colpa di, Internet riceviamo più informazioni di quante siamo capaci di assorbire, vagliare e organizzare e alla fine entriamo in crisi. Niada aggiunge, citando dati di diversi studi, due ulteriori elementi: la crisi della memoria – chi vive di Google ha sempre meno memoria, perché è abituato a cercare le informazioni sul Web e non tra i propri ricordi –, e la “morte dell’attenzione”. Il nostro tempo di attenzione si assottiglia sempre di più, e senza attenzione – come insegnavano appunto i monaci del Medioevo – non può nascere la riflessione e neppure la preghiera».
È quest’uomo post-moderno che vive nel e del «tempo breve», spesso isolato e collocato in una realtà virtuale, sovraccarico di informazioni, in crisi di memoria e incapace di dedicare attenzione e quindi riflettere davvero, nonché entrare in un rapporto profondo con il Creatore, l’obiettivo della Nuova Evangelizzazione. D’altra parte , come scriveva Giovanni Paolo II nel Messaggio per la XXXVI Giornata delle comunicazioni sociali, lungi dal demonizzare Internet e la tecnologia: «[…] Internet ridefinisce in modo radicale il rapporto psicologico di una persona con lo spazio e con il tempo. Attrae l'attenzione ciò che è tangibile, utile, subito disponibile. Può venire a mancare lo stimolo a un pensiero e a una riflessione più profondi, mentre gli esseri umani hanno bisogno vitale di tempo e di tranquillità interiore per ponderare ed esaminare la vita e i suoi misteri e per acquisire gradualmente un maturo dominio di sé e del mondo che li circonda», e soprattutto: «Internet permette a miliardi di immagini di apparire su milioni di schermi in tutto il mondo. Da questa galassia di immagini e suoni, emergerà il volto di Cristo? Si udirà la sua voce? Perché solo quando si vedrà il Suo Volto e si udirà la Sua voce, il mondo conoscerà la “buona notizia” della nostra redenzione. Questo è il fine dell'evangelizzazione e questo farà di Internet uno spazio umano autentico, perché se non c'è spazio per Cristo, non c'è spazio per l’uomo».
Dunque, Internet stesso si configura come un luogo da evangelizzare affinché diventi uno spazio umano autentico e un luogo in cui l’uomo possa incontrare Cristo e così ritrovare se stesso.
Da questo punto di vista, risultano emblematiche due icone: la prima è quella di Papa Giovanni Paolo II, ormai anziano e quasi al culmine della malattia che con un click del mouse, durante una semplice cerimonia tenutasi presso il Palazzo Apostolico il 22 novembre 2001 invia alle chiese particolari dell’Oceania via e-mail l’Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Oceania; si tratta della prima volta nella storia in cui un documento pontificio è inviato direttamente dal Papa via e-mail.
La seconda icona, più recente, è quella invece che vede Papa Benedetto XVI, nella solennità liturgica dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 2011 ─ coincidente peraltro con il sessantesimo anniversario di sacerdozio dello stesso Pontefice ─ mettere in rete il già citato portale vaticano News.va con un semplice tweet (termine tecnico utilizzato per indicare nel social network Twitter un «aggiornamento di servizio») su un tablet, ovvero un «pc tavoletta».
Due icone certo, che ci dicono che siamo solo all’inizio di una grande opera perché gli utenti delle nuove tecnologie incontrando tanti ─ troppi ─ «messaggi», possano incontrare anche il «Messaggio» per eccellenza.
Fonte foto: News.va

Consigli Fotografici: Copyright & Batch Watermarking - Fotografia in sicurezza


Diamo oggi inizio alla sezione “Consigli” della rubrica fotografica di Frews.
Come già spiegato, i nostri consigli saranno estremamente pratici e semplici da mettere in atto. Abbiamo deciso quindi di iniziare con un consiglio fondamentale per chi pubblica le proprie foto in rete. Come poterlo fare in completa sicurezza? Come tutelarsi da eventuali furti e plagi?
Eccovi qualche dritta sulla pubblicazione di immagini.

Innanzitutto occorre fare una precisazione. E' importante sottolineare quanto sia difficile rintracciare eventuali trattamenti delle immagini non autorizzati. In questo caso, la vastità della rete internet non aiuta. E' estremamente difficile imbattersi in un utilizzo non appropriato di una propria immagine, come ad esempio la sua ri-pubblicazione senza la citazione della fonte originaria. Risulta quindi indispensabile utilizzare alcuni espedienti per far desistere i naviganti poco corretti dall'impossessarsi di immagini di cui vogliamo detenere quantomeno i diritti e i riconoscimenti.

Il primo espediente riguarda il copyright. Se pubblicate le vostre immagini su un blog a vostra gestione, abbiate l'accortezza di inserire un cosiddetto “Disclaimer” che dichiari esplicitamente il vostro diritto sui contenuti pubblicati. Un esempio tipico di dichiarazione di possesso del copyright può essere

Tutte le foto sono proprietà di VOSTRO NOME/TITOLO DEL BLOG e come tali sono soggette a copyright. E pertanto tutto il materiale qui contenuto non è utilizzabile nè in alcun modo riproducibile, in qualsiasi forma e misura senza il consenso scritto dell'autore.

Già una dicitura come questa fungerà da deterrente per i ladri di immagini e vi darà il completo controllo sulle vostre immagini. Questo, ovviamente, vale solo e unicamente se voi siete in possesso del file originale in alta qualità. In caso di dispute legali, il possesso di quel file è determinante per l'assegnazione del possesso dello scatto. Per questo motivo è necessario conservare i file originali anche dopo averli pubblicati su facebook, blogger o qualsivoglia piattaforma.

Il secondo consiglio che vi propongo riguarda la pratica di Batch Watermark, più semplicemente l'inserimento della firma alle vostre foto. 


Come potete vedere in questo, è presente in basso a sinistra la firma dell'autore. Questo simbolo apparentemente insignificante è importantissimo. Vi permette di marchiare con un simbolo indelebile i vostri scatti, in modo che se dovessero essere utilizzati da terzi, il vostro nome sarà sempre e comunque visibile. Per questo motivo è consigliabile inserire il proprio nome e cognome, oppure l'indirizzo del vostro blog. Ma come inserire la firma?
Io vi consiglio un programma semplicissimo da usare: FastStone Photo Resizer, un software gratuito scaricabile all'indirizzo http://www.faststone.org/FSResizerDetail.htm
Tra le tante funzioni, questo programma vi permette creare una copia dello scatto firmata senza modificare il file originale. Inoltre, potete firmare più file contemporaneamente, catalogarli in specifiche cartelle e conservare nel tempo il vostro Logo di firma per i futuri scatti.

Spero che questi primi consigli vi tornino utili. Fatemelo sapere commentando questo post o mandandomi una mail all'indirizzo che troverete nelle note. Buona fotografia a tutti!

 Mirko Fin



Avete qualche richiesta particolare o un consiglio da suggerire? Mandate le vostre richieste via mail a servlad90@yahoo.it 
Sarà per noi un piacere esaudire ogni vostra richiesta!

Paolo Borsellino 19 anni dopo

Si ricorda oggi a Palermo ed in tutta Italia la strage di via D'Amelio, il 19 luglio 1992, in cui con un'autobomba vennero uccisi il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e gli agenti della polizia di Stato che lo scortavano: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Alle 16.58 sara' osservato un minuto di silenzio in via D'Amelio.
In tanti scrivono sui profili facebook o sui propri spazi blog: Paolo Vive, Non sei mai morto, il Tuo insegnamento resta.
In questi 19 anni ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori su Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Sono stati tirati per la giacca per giustificare le politiche di destra e di sinistra, per dire tutto ed il contrario di tutto e quindi Paolo Borsellino in questi 19 anni è morto e risorto centinaia di volte.
19 anni fa avevo 19 anni. Ricordo quelle immagini in televisione, quel boato enorme che sentivamo nel cuore, ed ancora risento, e la paura ed il disorientamento di quei giorni perchè davvero tutto ci sembrava perso definitivamente in mano al male.
19 anni fa avevo 19 anni, un altro mondo per me, università, pochi pensieri, primi passi come giornalista e vissi quell'attentato con la rabbia di un figlio che perde un padre.
19 anni dopo sono padre e vivo quell'attentato con la rabbia di un padre che deve difendere i propri figli.
Ci siamo chiesti in redazione, stamattina, come ricordare Paolo Borsellino.
Abbiamo deciso due modi semplici, senza troppi giri di parole, senza anche noi farlo rinascere e riucciderlo contemporaneamente.
Ti ricordiamo, Paolo, dapprima nella preghiera, silenziosa, personale, quella di ognuno di noi al suo Dio. E poi alle 16.58 pubblicheremo qui su Frews la lettera che scrisse Manfredi, tuo figlio, perchè da  allora racchiude le parole che noi tuoi figli volevamo e vorremmo sempre dirti.

La nuova, terza (ed ultima?), giunta Alemanno: ecco i cognomi!

Tre anni di governo della città, tre giunte, decine di assessori: numeri da giocare al lotto nella speranza di vincere qualcosa, oltre ad un posto in Giunta. Non sono donna e quindi non ho una quota che mi assegni un eventuale assessorato; non sono parente di nessuno dei capi del Pdl di Roma e quindi non posso sperare di essere messo nel listino; sono solo me stesso: voto, ci credo, rimango fregato e voterò qualcun altro al prossimo turno sicuramente.
Causa ricorso al Tar sulle quote rosa, la Giunta Alemanno 2 (quella varata di fretta qualche mese fa per buttare fumo sullo scandalo assunzioni dirette all'Atac) è stata di nuovo azzerata per mancanza di donne!
Quante uscite serali nel mio passato avrebbero dovuto essere azzerate per mancanza di donne. Una volta non c'era questa norma delle quote rosa. Abbiamo già detto come la pensiamo però, un piccolo ripensamento, mi sta venendo: se per ogni uscita tra amici ci fosse lo stesso numero di uomini e donne, per legge? Organizzo col mio migliore amico la gita al mare in Liguria ma non ci posso andare se non con due bionde e se non le trovo io il tribunale me le da d'ufficio, me le ritrovo in macchina insomma, già in bikini e zaino sulle ginocchia! Non male sta idea delle quota rosa.
Torniamo a noi ed ai nomi che abbiamo avuto, come di consuetudine, in anteprima esclusiva per noi di Frews grazie ad un passante cinese, ma che ha studiato bene l'italiano, che mentre fotografava il cavallo del Marc'Aurelio ci ha giurato di aver sentito dire da un usciere del Campidoglio, che il barista stamattina ha detto a quella delle pulizie che la giunta sarà piena di tutte quelle persone che non hanno trovato posto all'Atac per chiamata diretta (non perchè non ci fosse spazio ma per via dello scoppio dello scandalo) e che hanno cognome che inizia per A...e  finisce per lemanno, oppure per R...e finisce in ampelli, ed ancora M con Arsilio e via sciorinando tutti i cognomi noti del Pidielle romano.
Sembra che la giunta sarà composta di sole donne e così subito dopo chiamerò il Telefono Azzurro che non è quello dei bambini ma quello per difendere noi maschietti, noi principi azzurri che, come sempre, arriviamo un momento troppo tardi, siamo troppo intelligente, siamo troppo onesti, non siamo del genere giusto e quando tocca noi... beh c'è già qualcun altro.